L'EREMO DI SANTA GIUSTINA

Esso sorge a circa un chilometro dal paese, quasi in fondo al burrone del Noce sotto la località detta la “Cros”, dalla croce che v’era ab-immemorabili e dove una piana di fianco alla strada serviva quale luogo di raccolta per il mercato del 1° maggio e per altri occasionali convegni. [Non ho mai saputo che in quel luogo si svolgessero riunioni o adunanze]. Al termine di quella piana, scendendo verso il basso, la via voltava a sinistra e scendeva all’eremo. Una scala di pietra sotto la roccia, con un solido muro d’appoggio, garantiva il pellegrino nella discesa, alquanto angusta e ripida, al Santuario.

La parete del burrone ha una rientranza rilevante e finisce quasi a caverna.

Là sotto v’era la chiesetta di S. Giustina, una scuola, la casa dell’eremita, tutte senza tetto; a destra, su un piccolo scoglio, l’orto (degli Olivi), luogo di preghiera; continuando verso sud un pergolato che arrivava quasi fino alla sorgente, la quale copiosa e fresca sgorgava fra il tufo all’estremità del sentiero a sud verso “Scol”.[1]

Sopra l’altare della chiesetta si poteva ammirare una tela con la Vergine che regge il Bambino, mentre ai piedi atteggiano devotamente i santi Cipriano e Giustina. Il quadro, che in epoca recente fu trasportato nella chiesa del villaggio dedicata agli apostoli Filippo e Giacomo, è di carattere arcaico e manierato. Carlo Atz nell’opera Kungstgeschichte von Tirol und Vorarlberg del 1919 lo attribuisce a Teofilo Pollak.[2]

Il prof. Schneller, in un suo scritto sulla valle di Non ricorda la piccola chiesa di S. Giustina ed il romitaggio e raccoglie la leggenda che un vecchio eremita sognava qui di viaggiare su di un lucente filo d’oro, teso sopra il Noce, mentre un angelo lo teneva e lo guardava affinché potesse passare la profonda e orrida gola senza cadere.

La chiesetta di S. Giustina la troviamo nominata la prima volta negli atti visitali del 1537, ma è assai più antica. Nell’anno 1579 i visitatori discesero all’eremo situato e ad radicem altissimae rupis supra flumen Nucis, et descensus per scalas factas in vivo lapide, ac pensiles satis difficiles et periculosas. Giuntivi esaminarono l’altare, che non era consacrato e privo del necessario per la celebrazione della messa. La cappella aveva bisogno di restauri particolarmente al tetto che minacciava rovina “quod permittendum non esset cum locus sit maximae devotionis et eo libenter multae quotannis processiones commeant”. I sindaci erano debitori di trenta Ragnesi e questi dovevansi tosto impiegare per le necessarie riparazioni. Qualche cosa si fece giacchè, negli atti visitali del 1616, si rileva che l’altare costruito di malta era fornito di pietra portatile, la cappella però mancava ancora dell’occorrente, per la messa, che ogni volta si portava da Taio. Nel 1617 la custodia del pio luogo era affidata al rev. Giovanni Giacomo Etterarter enipotano ch’era stato nominato eremita[3] di S: Giustina dal parroco di Taio e dalla comunità di Dermulo. Alla sua morte, avvenuta nel 1632, l’eremita lasciò alla chiesa di Dermulo un capitale di Ragnesi 111 gr. 3, con l’obbligo di far celebrare sette messe nella chiesa di S. Giustina.[4]

[Come si ricava dal registro dei morti di Taio, l’eremita Giovanni Giacomo Etterarther, morì il 5 gennaio 1633 ad Appiano. Il giorno 11 gennaio 1633, il pievano di Taio e Cipriano Inama, sindaco della chiesa di Dermulo, si portarono a S. Michele (di Appiano), per prendere conoscenza delle disposizione fatte dall’eremita. Poi ritornarono a Taio, per partire di nuovo il 17 gennaio, alla volta di S. Paolo, dove era sepolto l’eremita. In quel luogo, dovevano riesumare il cadavere e per riportarlo a Dermulo. A S. Paolo però, non trovarono nessuno disposto a fare il lavoro e quindi si dovette fare ricorso a due persone di Taio: Gaspare Chilovi e Ercole Cordini. Questi trasportarono il cadavere da S. Paolo a S. Giustina ed il 31 gennaio 1633, alla presenza del pievano e molti vicini fu dato alla sepoltura nella chiesa dell’eremo. Per tutto ciò si spesero R.si 106 -3 -5 -1.][5]        

Dieci anni dopo vi abitava un altro sacerdote chiamato don Telesforo [non c'è un riscontro documentale] e in seguito un certo Gaiardello di Tres.[6]

La cappella di S. Giustina, come quasi tutte le chiese rupestri fabbricate sui monti o nei burroni, era tenuta in gran devozione dal popolo che visitava in privato e vi si recava processionalmente in determinati giorni dell’anno ed in casi di pubbliche calamità. Siccome l’eremo in tempo d’inverno era molto rigido e di difficile accesso si permetteva all’eremita di dimorare durante quella stagione a Dermulo dove gli era assegnata una casupola appartenente al pio luogo.[7] Qui il 23 marzo 1690 moriva nell’età d’anni 78, il venerabile eremita di S. Giustina frate Giacomo de Cagliari di Priò, che ebbe onorata sepoltura nel cimitero della chiesa dei SS. apostoli Filippo e Giacomo a Dermulo. Nel 1692 in data 26 novembre fu concesso l’abito di eremita a frà Giovanni Battista Gilli, con facoltà di abitare l’eremo di S. Giustina. Nell’occasione della visita fattavi l’anno 1695 mostrò ai visitatori i suoi documenti e promise coll’aiuto di quei di Dermulo di riparare il tetto della cappella di S. Giustina.

Per mezzo del R.mo Vescovo e del P. Ferdinando Giovanni Spaur, aveva ottenuto dall’imperatore Leopoldo I, le patenti di poter questuare per tutta la Germania. Tale licenza doveva averla sempre con sé per mostrarla ogni qualvolta ne fosse stato richiesto. Di quanto raccoglieva poteva usarlo per il necessario sostentamento, ma non per beneficare altre persone o per donare a parenti; tutto quello che gli avanzava era obbligato di impiegarlo a beneficio della cappella e dell’eremo. Come il suo predecessore morì nella casa eremitale di Dermulo il 7 marzo 1698 e fu sepolto nel cimitero parrocchiale di Taio sua patria, nella tomba di famiglia, relictis in eremo religiosae beneficentiae vestigüs praesertim arce ibidem erectae crucifixi majoris supra scalam positi, ac fundo arativo et vignato loco Fulchant [Toponimo letto male?] eremi beneficio. Il Reich nelle sue “Memorie di Taio “ raccoglie una tradizione secondo la quale la morte dell’eremita Gilli avvenuta improvvisamente, un giorno dopo che era stato invitato a mensa dal pievano di Taio Don Valentino Chilovi, avrebbe destato sospetto di avvelenamento e provocato l’arresto del parroco. Non si conoscono documenti in proposito, ma pare che la traduzione di Don Chilovi nelle carceri di Trento fosse dovuta ad un atto di prepotenza del regolano maggiore di castel Bragher, per questioni che aveva lui. Il parroco, provata indarno la sua innocenza, ricorse allo stratagemma di infingersi ammalato e deluse le guardie fuggì a Roma ove ebbe giustizia con una sentenza assolutoria. Restituitogli il possesso della sua parrocchia, nel 1710 la resinò in favore del nipote Giorgio Valentino Chilovi.

Alla morte dell’eremita Gilli era sorta una controversia per la nomina del successore. La decisione fu rimessa a Don Cristoforo Campi; protonotario apostolico e arciprete di Torra, il quale nel 1699 assegnò il “Romitorio di S. Giustina sotto il Sass di Dermulo” al ven. anacoreta Bartolomeo Sandri di Tuenno. 

Aveva avuto l’abito di eremita prima dai Cappuccini e poi anche dai Riformati e col consenso del parroco di Tassullo aveva abitato per due anni l’eremo di S. Emerenziana, presso Tuenno.[8]

I visitatori del 1710 trovarono la cappella e l’eremo in ottimo stato, perciò non mancarono di lodare fra Bartolomeo “propter suam vigilantiam”. Ma nell’esame personale, che subì qualche giorno dopo, al posto di un’approvazione, dovette sentirsi una seria ammonizione riguardante qualche punto essenziale della vita eremitica. Viveva con la rendita d’un piccolo orto posto presso l’eremo e con l’elemosina. Quello che gli avanzava, lo impiegava a beneficio della sua chiesa e della cella. Frequentava i Sacramenti ogni 15 giorni, il tempo lo passava nel dir orazioni e nel lavorare. Alla fine l’esaminatore gli ordinò di chiedere ai Francescani l’abito del Terz’Ordine e di osservarne poi la regola; gli raccomandò di assistere con assiduità ai divini uffici e di accostarsi ai Sacramenti “singulis diebus Dominicis”. E perchè l’eremita non si limitasse solo a belle promesse, un decreto personale gli faceva obbligo di presentarsi “con suoi requisiti nella Parrocchia di Torre, o Vicl per ulterior deliberatione sopra il di lui stato”. Negli ultimi anni della sua vita visse in compagnia di un altro eremita. Lo si rileva da un atto del 27 giugno 1718, con cui veniva costituito un beneficio di 4 Messe settimanali “sopra l’altare della famiglia Panizza nella ven. Chiesa di S. Vittore.....di Taio”. Fra i testimoni è nominato Francesco Fuganti, eremita di S. Giustina.

Lo stesso e Francesco Bergamo suo confratello fungevano da testimoni il 4 e il 13 marzo 1725, mentre venivano affissi e rispettivamente levati dalla porta della parrocchiale di Taio i deceloni patrimoniali relativi alla costituzione del patrimonio per il chierico Giovanni Grisostomo Mimiola di Tres. Il Weber ai due nominati aggiunge anche un Giacomo Mozzer, ma il trio sarebbe durato ben poco.[9]

Per dare un’idea, del modo in cui gli eremiti venivano ammessi al romitaggio, riportiamo il seguente atto del notaio Giovanni Nicolò Bergamo di Taio, oggi conservato c/o l’ A.S.T.

“Nel nome di Dio, correndo l’anno dopo la Natività 1724 indizione quarta, giorno di Martedì li 30 del mese di aprile, nella villa di Dermulo, pieve di Taio, valle di Annone, diocesi di Trento, presso la casa dell’eremo delli SS. Cipriano e Giustina, o sia della chiesa filiale delli SS. Apostoli Filippo e Giacomo di detto Dermulo e alla presenza delli sig.ri Bortolameo Fuganti e Giacomo Michele Coradini, ambi di Taio, testimoni pregati.

Ivi nel medesimo luogo presencialmente costituito il rev.mo monsignor Don Giorgio Valentino Chilovi, arciprete meritissimo di Taio, colla continua presenza, consenso, ed approvazione delli sig.ri Antonio Mendini sindaco, Pietro Antonio Mendini e Giovanni Giacomo Inama, figlio di altro Giovanni Giacomo, regolani di Dermulo, ed alcuni altri vicini dello stesso luogo, secondo le patenti e graciosa licenza della rev.ma Superiorità di Trento ottenuta, ivi vista e letta, ha dato e colla clausola del costituto conferito l’attuale possesso al ven. Eremita Giacomo Mozzer, nativo di Salisburgo ivi presente, supplicante e tal possesso ricevente dell’eremo delli SS. Cipriano e Iustina con tutte le ragioni e prerogative di qualunque sorte al suddetto eremo aspettanti e pertinenti, di maniera che esso eremita Giacomo assieme e unitamente possi quelle godere colli venerabili Francesco Fuganti e altro Francesco Bergamo, pure eremiti in detto eremo, pacificamente e ad esclusione d’ogni altro pretendente ed in segno d’attuale possesso ha nelle mani del prelodato eremita Giacomo consegnato le chiavi dell’eremo ivi presente e accettante con rendere grazie a Sua Signoria Rev.ma ed alli vicini di detto luogo. Ad avere cum omnibus etc. Ciò fece il predetto eremita Mozzer sul motivo e riflesso stabilito e promesso, com’è anco di dovere d’un vero eremita e non altrimenti, di vivere religiosamente e castamente, col dare buon esempio in qualunque luogo sì pubblico che privato a tutti, quindi pure s’è obbligato che dal questuo ed elemosine, che farà di tempo in tempo, darne e applicarne un terzo a beneficio dell’eremo suddetto, sì pure s’è obbligato in tempo ch’abiterà il nomato romitorio frequentare i divini offici in giorno di festa nella parrocchiale di S. Vittore di Taio col cibarsi anco spesse volte all’anno da ss. Sacramenti e volendosi assentare dall’eremo antedetto per portarsi a fare il questuo s’è obbligato chiederne la licenza dal prelibato rev. arciprete Chilovi ivi presente ed a quanto sopra obbligante, come non meno che debba diportarsi da vero confratello colli altri due eremiti Fuganti e Bergamo di maniera che uno con l’altro se la passino fraternamente et ita omni quod non solum ecc. Giovanni Nicolò Bergamo Not. pregato scrisse e pubblicò”.

Due nuovi eremiti tentavano di convivere nell’eremo l’anno 1741: Giovanni Antonio Fuganti di Taio e Pietro Antonio Cavosi di Sfruz. Essendo sorti tra loro dei litigi, fu delegato a comporli il parroco di Coredo, Don Luca Stefano Ferrari, il quale stabilì che il Cavosi abitasse la casetta dell’eremo situata in Dermulo, ad eccezione della cantina che venne riservata al Fuganti, che dimorava giù nel romitorio di S. Giustina. Di più al Cavosi assegnò l’usufrutto dell’orto posto vicino alla casa Inama in Dermulo, il diritto di far legna nel bosco dell’eremo e quello di aver una chiave della chiesetta di S. Giustina, coll’obbligo di dare al suo confratello metà del graspato che raccoglieva dalle viti dell’orto. Ai 9 settembre 1742 i delegati vescovili fecero la visita dell’eremo e della chiesa. Essi ebbero a notare che la pietra portatile dell’altare era collocata troppo in dentro, che il messale era antiquato e stampato ancor prima della riforma di Urbano VIII, che mancavano i paramenti per la messa, che per la finestra dalla parte di settentrione si poteva facilmente entrare in chiesa e la rendeva perciò malsicura. La casa del romitorio era in cattivo stato in diverse parti e anche la porta d’ingresso sgangherata e priva di serratura. Successivamente visitarono la casupola spettante al pio luogo situata in Dermulo, mezza in rovina e bisognosa di restauro dal tetto alle fondamenta, non esclusi i pavimenti e il focolare della cucina. Gli eremiti erano Pietro Antonio Cavosi d’anni 56 da Sfruz. Esercitava il mestiere di vedriaro, era vedovo e da due anni e mezzo eremita dei ss. Cipriano e Giustina; Giovanni Antonio Fuganti di Taio d’anni 54. Una volta aveva fatto il voto di farsi frate ma poi con dispensa da Roma si era maritato. Mortagli la moglie, con permesso del rev.mo Officio e presentazione del signor parroco, vestì l’abito da eremita dei ss. Cipriano e Giustina. Abitava sempre nel suo romitorio ad eccezione del tempo in cui andava alle cerche. Ai visitatori diceva che per il romitorio aveva speso più di quanto era tenuta in forza della sua patente. “Tengo pure, continuava egli, una casetta a Dermulo di ragione del romitorio che per maggior comodità vien abitata, a titolo di locazione da altro romito Pietro Antonio Cavos di Sfruz, con un orto contiguo a detta casetta e luogo adiacente. Medito di quando in quando la passione di N.S.G.C., mi confesso due o tre volte al mese e, intervengo ai divini uffici e alla dottrina cristiana”. Li informò di un atto notarile dal quale appariva che quelli di Dermulo avevano ricevuto da un romito suo antecessore 300 Ragnesi con l’onere di sette messe annue nel romitorio ed altre in Dermulo, che non venivano celebrate e di tale trascuranza gia tempo addietro aveva avvertito il rev.mo Officio inviandogli anche il documento relativo. Due altre messe legatarie venivano fatte celebrare regolarmente nella festa di S. Cipriano e S. Giorgio. Interrogato sulla condotta dell’altro eremita rispose che frequentava l’osteria, si ubriacava e non osservava la regola. I visitatori ordinarono varii provvedimenti, che si rinnovi l’uscio del romitorio, che si faccia un inferriata alla finestra settentrionale della chiesetta e si mettano i vetri alle due altre, il tetto e la facciata siano restaurati e provvista la chiesa dell’occorrente per la messa. Anche il romitorio e la casa spettante allo stesso in Dermulo li vogliono convenientemente riparati. Inoltre si ordina che l’insigne reliquia di S. Giustina e relativa autentica, che con poco decoro si tiene sempre esposta sopra l’altare, venga riposata in un decente armadietto, da provvedersi. Avendo infine udita la istanza della comunità e le ragioni degli eremiti come pure le eccezioni del rev.mo arciprete circa il loro contegno, attesa la poca armonia e poca buona pace che regnava fra loro, la scarsa cura del romitorio ridotto in condizioni così deplorevoli, la disobbedienza agli amorevoli avvisi ed ammonizioni del rev.mo Officio e del vener. decano di Coredo, come pure considerate le lagnanze del pubblico e le infrazioni dei capitoli che avevan promesso di osservare, i delegati alla visita impongono ad entrambi di deporre entro il termine di quindici giorni, l’abito di romito, liberi poi di ritornare alle loro case, ed occuparsi a loro talento dei propri interessi. A chi ne ha il diritto e il dovere raccomandano di far ricerca di un altro uomo esemplare e di buona vita, di presentarlo al rev.mo Officio per essere esaminato e approvato, quale romito dei ss. Cipriano e Giustina.

Non sempre i buoni effetti delle disposizioni prese dai visitatori seguivano immediatamente, ma è certo che contribuivano a rilevar i mali e gli abusi, a spargere negli animi un germe di resipiscenza e a ridestare la vigilanza delle autorità, a far curare un po’ meglio la pulizia, l’arredamento e la conservazione anche delle chiese campestri. Un indizio che le condizioni del romitaggio erano migliorate lo abbiamo dalla visita del 1751, nella quale nulla si nota di particolare. In quella del 1766 vi era il romito Giovanni Battista Rosetti di Taio, nominatovi secondo la consuetudine, con un voto della comunità di Dermulo e due dell’arciprete, come si rileva dalla scrittura autentica presentata ai visitatori. Aveva ricevuto l’abito di terziario li 25 febbraio 1743 da P. Clemente da Trento, commissario visitatore del Terz’Ordine e li 3 settembre 1744 aveva fatta la professione dinanzi al P. Alessandro dei Riformati di Rovereto. Oltre queste attestazioni presentò ai visitatori anche le patenti dell’Officio spirituale di Trento, rilasciategli li 17 novembre 1747 e 20 ottobre 1756. Dall’esame a cui lo sottomisero risultava che alle volte stava assente dal romitorio anche per un mese, specialmente d’inverno quando si recava a questuare in Tirolo. Talora andava a lavorare come sarto per le chiese o per i parroci e ciò con permesso di mons. Vicario Rosmini. Custodiva con cura le cose della chiesa, si confessava almeno ogni mese, era assiduo ai divini uffici e alla dottrina, recitava ogni giorno le sue preghiere, talvolta leggeva la Manna dell’Anima, le Meditazioni di S. Pietro d’Alcantara, di S. Ignazio, la Filotea e altri libri spirituali. Il Rosetti continuò per alcuni anni nel tenore di una vita povera e quieta, ma poi inasprito pare da certi litigi con quei di Dermulo, perdette il primiero fervore e vagando qua e là senza bisogno incominciò a darsi alla dissipazione. Nel dicembre 1778 i regolani e il Sindaco di Dermulo gli chiesero la consegna delle chiavi della casetta in Dermulo da lui non abitata e assegnata alla primissaria ivi di recente eretta. Rifiutatosi di cederle, ricorsero all’Officio di Trento che gli impose di consegnarle e di rinunciare alla casetta. Invece di star quieto se la prese con quei di Dermulo. Pochi mesi dopo l’Officio di Trento aveva in mano la prova che il Rosetti menava una vita disdicevole all’abito che portava e per ovviare scandali ulteriori ricercava l’assessore delle Valli, Dr. Giovanni Battista Gervasi di Denno, a far deporre al romito l’abito, e in caso di renitenza di farglielo levare dai birri.[10]

Qualche tempo dopo il 17 luglio 1779 Cristoforo Franceschini, parroco di Taio, rilasciava per Pietro Frasnelli, nuovo candidato all’eremo di S. Giustina, un benevolo attestato “de vita et moribus”. Si ricordava anzitutto che, secondo la consuetudine trasmessa ab immemorabili, il nuovo postulante era stato eletto il 27 giugno dagli uomini di Dermulo, quasi ad unanimità, alla presenza del parroco. Era un giovane povero di Taio, senza genitori né beni, debole di salute e poco atto ai lavori dei campi. Possedeva però un forte ingegno e una memoria tenace, era molto istruito nel catechismo e nella storia sacra e lontano da familiarità con donne. C’era ben stato per l’addietro un grosso errore, ma ne aveva già fatto una lunga penitenza in mezzo a tante difficoltà e miserie e poi da qualche tempo frequentava i Sacramenti e le funzioni ecclesiastiche tanto da fondare le speranze di una vera emandazione e di un sicuro progresso. Perciò stimava un’opera pia e meritoria l’accogliere i suoi voti.

Ma restava ancora un grave ostacolo. Il Frasnelli era stato colpito dal bando, “per essere stato complice nella scavazione della lapide sepolcrale Zambiasi e della composizione d’un cartello contro l’arciprete di Taio”. Chiedeva perciò d’esserne assolto. La grazia gli venne concessa; ma “revocabilis ad libitum” e a condizione che si diportasse bene in avvenire.

Finalmente il 17 luglio 1779 era spedita la tanto desiderata patente di eremita dei SS. Cipriano e Giustina colla clausola però “praesentibus ad annum tantum duraturis”. Durante il periodo di prova il Frasnelli si comportò con sufficiente fedeltà ai suoi doveri di custode e di religioso. perciò il parroco nell’accompagnare l’eremita all’Officio  spirituale, per il rinnovo dell’autorizzazione, si permetteva di assicurare il suo Superiore, che non c’erano gravi appunti da fare. Non poteva certo parlarne con entusiasmo, c’era infatti troppa luridezza nel suo vestire, un’eccessiva familiarità colla gente, ma tutto sommato era d’avviso che l’abito gli servirebbe da freno contro il male me di stimolo per una vita di pietà e per il servizio della chiesa. Più entusiasta era il Primissario di Dermulo Giuseppe Manincor nella sua informazione del 2 luglio 1780.

Ma non erano passati neppure due anni, che anche le poche speranze in lui riposte svanirono. Il primo a darne notizia era anche il più direttamente responsabile: il parroco Franceschini. Con lettera del 16 gennaio 1782 era costretto, con sua confusione, a notificare all’Ordinario che l’eremita di S. Giustina, ch’egli per troppa bontà e zelo aveva raccomandato, si rivelava sempre più come uno “sgraziato impostore e poco morigerato”. Perciò supplicava il Superiore di rimediare “alla sua lurida, oziosa e da tutti sprezzata condotta”. Senza paura d’essere processato, poichè non possedeva nulla quel “birbante” s’era messo a seminar fra la gente falsità e calunnie offendendo l’onore altrui con parole scandalose; inoltre era per lo più assente dall’eremo. Sarebbe stato perciò opportuno, senz’altri procedimenti, ritirargli ogni facoltà.

A questa nuova il Vicario Generale Simone Albano Zambaiti incaricava il parroco di Cles Antonio Manfroni di prender subito e trasmettergli le necessarie informazioni. Per il 27 gennaio la risposta era già pronta. Contro il Frasnelli era già stato formato processo per cartelli diffamatori contro  il parroco e la famiglia Zambiasi.

Al presente vagabondava di giorno e di notte, menando vita oziosa. Sparlava delle persone; era lurido e “pieno di ciarle”; profanava il nome di Dio e nei “filò” d’inverno parlava di Sacra Scrittura “con risate”. Le si era sentito dire anche frasi come questa: “la mia vita finirà in Gineura”.

Qualche settimana prima era stato chiamato in palazzo assessorio a Cles ed esaminato per una grave calunnia gettata contro il suo parroco, ma aveva negato ogni addebito. L’Officio spirituale spedì un ordine all’eremita di togliersi l’abito e di abbandonare l’eremo.

Sennonché questi era assente, come di solito, e solamente il 17 febbraio riuscì al Manfroni d’insinuarli il comando, minacciandogli di ricercare il braccio secolare, in caso di rifiuto. Ma, come informava il parroco stesso, il Frasnelli aveva reagito fortemente, protestando ch’egli non aveva alcuna colpa, che si sarebbe presentato ai Superiori lui stesso, per sentir le ragioni; che l’investitura dell’eremo l’aveva dalla comunità, a cui doveva corrispondere ogni anno 15 troni.

Il 10 marzo successivo anche padre Antonio de Melchiori, predicatore quaresimalista, scriveva all’Ordinario, pregandolo di metter fine agli scandali e alle calunnie dell’eremita. A rincarare la dose interveniva, tre giorni dopo , anche il parroco Cristoforo Franceschini. Con rammarico doveva osservare che tutti gli avvisi e informazioni date alla Superiorità, per toglier di mezzo quel furfante non erano approdati a nulla. Almeno chiedeva di conoscere come si sarebbe dovuto comportare nell’amministrare i sacramenti, dato che fra Pietro era tenuto come pubblico peccatore. Faceva presente però un particolare: l’anno precedente S .Altezza aveva domandato ai parroci un contributo decennale per provvedere a una casa di  correzione “a birbanti, scandalosi e sturbatori della pubblica quiete”; e anch’egli aveva corrisposto a seconda delle sue possibilità: Avrebbe quindi potuto sperare in un intervento anche nel caso presente, l’unica causa, ch’egli vedeva e per la quale del resto i birbanti trionfavano, era che la giustizia non aveva modo di coprire le spese. A tale sonata il 22 marzo un’altra disposizione ancor più forte della prima giungeva al parroco di Cles. Già al comando precedente, vista la renitenza del Frasnelli, aveva implorato il braccio secolare, ma l’assessore lo aveva pregato di soprassedere per il momento, mentre avrebbe scritto a castel Brughier. In un altro suo intervento gli era stato risposto che sarebbe stato chiamato il romito stesso, perchè mutasse almeno un poco l’abito. Ma intanto costui continuava la sua vitaccia. Coll’ultimo commando inoltrato all’assessorato sperava che la faccenda si sarebbe conclusa.

Ancora quel giorno il cancelliere di Cles Carlo Tomazzoli, inviava un ordine all’officiale di Taio, Giovanni Regenspurgh, di mettersi sulle tracce dell’eremita, d’intimargli che nel termine di tre giorni si levasse l’abito e abbandonasse l’eremo. in caso di rifiuto glielo togliesse pure di forza. Ma l’eremita non si lasciava cogliere così facilmente. Finalmente il 26 marzo verso notte, si presentava nella canonica di Cles, vestito di colore scuro, senza cordone, nè corona e davanti al parroco esclamava: “sono quivi..... e così non ho più abito eremitivo”. Aveva però alcuni libri e poca roba nell’eremo, di cui teneva l’investitura, e perciò su questo punto non voleva cedere. Le sue ragioni le aveva esposte anche al fratello di S. Altezza, conte Matteo Thunn. Ma il Manfroni gli rispose leggendogli l’ordine alla presenza di testimoni; e quegli allora, alzando la voce, protestò che il giorno dopo si sarebbe recato a Trento e consegnato prigioniero.[11]

Della chiesetta si conserva ancora il quella di Dermulo un piccolo quadro rappresentante la Madonna di Loreto. Anche la pala era stata portata su e così pure la campanella che però venne rifusa.[12]

Finchè il luogo restò aperto al culto, in determinati giorni dell’anno ecclesiastico ed in occasione di pubbliche calamità, alcune pievi dell’Anaunia vi ci si recavano processionalmente: il che testimonia la tradizione del popolo nei riguardi di questo ambiente.

Il parroco di Taio vi si portava due volte all’anno: il 23 aprile festa di S. Giorgio, con gli abitanti della Villa di Tres per cantare la messa in suffragio dell’eremita Gaiardello; il 26 di settembre con quelli di Taio, per celebrare l’anniversario della morte di Gio.Batta Gilli.

 

Descrizione dell'eremo nel 1940

Elenco degli eremiti

La ricostruzione ipotetica degli edifici

Le fotografie

 

 

[1] Cfr. Mons. Paolo Zadra e Mons. Celestino Eccher “Dermulo, la nuova chiesa e S. Pio X” Pag. 14.

[2] Cfr. Mons. Paolo Zadra e Mons. Celestino Eccher “Dermulo, la nuova chiesa e S. Pio X” Pag. 7.

[3] Don S. Weber in Riv. Trid. “Gli eremiti del Trentino” 1912 pag. 231 scriveva: “Pochissimi eremiti erano religiosi: quasi tutti erano laici e provenienti dal popolo: desiderosi di far penitenza con una vita di stenti e di sacrifici, ricevuto dall’Officio spirituale la patente dell’abito di eremita, o l’abito del Terz’Ordine o di altro Ordine, dal patrono veniva loro consegnato il romitorio , ove pregavano, custodivano la chiesa, lavoravano, questuavano, prestevano eventuale aiuto ai pellegrini, visitavano gli ammalati e di festa aiutavano il curator d’anime.”

[4] Cfr. O.d.E. “Il romitaggio di S. Giustina in Val di Non presso Dermulo” in Studi Trentini di Scienze Storiche  anno VI pag 245.

[5] Dal documento della spesa incontrata in occasione della morte dell’eremita Etterarther c/o A.P.T. Busta n. 5.

[6] Cfr. Zottele don Remo “S. Giustina di Dermulo - Val di Non” Pag. 2. Tesi di Laurea inedita Università Cattolica del S. Cuore -Facoltà di Lettere - Milano 1956.

[7] La casa è quella oggi proprietà di Gino Inama. Nel 1778 con l’erezione della nuova Primissaria la casa è destinata ad abitazione del Primissario.

[8] Cfr. O.d.E. “Il romitaggio di S. Giustina in Val di Non presso Dermulo” in Studi Trentini di Scienze Storiche  anno VI pagg. 246-247.

[9] Cfr. Zottele don Remo “S. Giustina di Dermulo - Val di Non” Pagg. 2-3. Tesi di Laurea inedita Università Cattolica del S. Cuore -Facoltà di Lettere - Milano 1956.

[10] Cfr. O.d.E. “Il romitaggio di S. Giustina in Val di Non presso Dermulo” in Studi Trentini di Scienze Storiche  anno VI pagg. 247-251.

[11] Cfr. Zottele don Remo “S. Giustina di Dermulo - Val di Non” Pagg. 6-9. Tesi di Laurea inedita Università Cattolica del S. Cuore -Facoltà di Lettere - Milano 1956.

[12] Cfr. O.d.E. “Il romitaggio di S. Giustina in Val di Non presso Dermulo” in Studi Trentini di Scienze Storiche  anno VI pag. 251.