(Oggi Via Strada Romana n. 19 e 21)

Il caseggiato è considerato la
più antica dimora delle famiglie Inama di Dermulo.
La casa apparteneva forse ancora al
capostipite Innama figlio di
Bonaconta, tant’è che è menzionata già nel ‘600 come domus vetera dell’Inami. Probabilmente
questa casa fu proprietà di
Rigolo e quindi dei suoi discendenti, mentre la
casa
n. 2-3, appartenne al fratello
Gaspare. L'Inama-Sternegg
scrive che, il tratto di strada fra le case più tardi
n. 2-3 e 26-27, era
denominato contrada degli Inama. Sullo stipite del portale della
casa n. 27 si legge la data 1628 e le iniziali V. I. che dovrebbero essere
quelle di Vittore Inama (+1641)[1].
In ogni caso si può affermare con sicurezza che in questa casa siano nati i
progenitori di quasi tutti gli Inama che oggi abitano a Dermulo.
Vittore, (nipote
del Vittore nominato in precedenza) nel suo testamento del 1690, lascia la casa
26 e 27 al figlio Giovanni Giacomo e parte della
casa
n. 2-3 all’altro figlio,
Ottavio [2].
Poi non so in che modo, se per eredità, vendita o altro, presumibilmente la casa
passò in mano a Margherita Inama figlia di Francesco,
e moglie di
Giorgio Rizzardi di Coredo. Silvestro figlio di Giorgio Rizzardi
di Coredo, risultava proprietario della casa nella seconda metà del Seicento, che in seguito vendette a
Silvestro Inama (+1681).
Così arriviamo a
Vittore, figlio di Silvestro,
che sarà l'unico possessore delle due case adiacenti, più tardi n. 26-27.
Da Giovanni Giacomo figlio di Vittore, la casa 26 e 27 passa al figlio Giovanni Giacomo Junior, detto per la sua professione Rodaro e da questo poi al figlio Giovanni Francesco che troviamo nel catasto teresiano.
Nel 1811 Giovanni Francesco assegna, con estrazione a sorte, ai suoi cinque figli Antonio, Giacomo Antonio, Baldassare, Giovanni e Pietro, le due case contigue. A Giacomo Antonio, Antonio e Baldassare, andrà gran parte della casa n. 27, a Pietro e a Giovanni la n. 26. A Pietro è toccata inoltre, una cantina posta all'angolo Nord-Ovest, della casa di fronte, al n. 2. La stua nell'abitazione di Baldassare, fu riservata da Giovanni Francesco per se e la sua consorte, finchè fossero rimasti in vita. Sicuramente fino al 1821, come risulta da un documento ipotecario, Antonio abitava nella sua porzione di casa n. 27, ma poi nel 1822, per un debito di 450 Fiorini che aveva con suo fratello Giovanni, gli cedeva la sua quota e si trasferiva nella casa n. 5. La sua porzione nella casa n. 27 era così costituita: al piano terra da una stalla e una parte di cortile, la porzione di portico in comunione con i fratelli Giacomo e Baldassare, la cantina contigua; al primo piano il somasso in comune con i due fratelli Giacomo e Baldassare, la terza parte dell'aia sopra il somasso; al secondo piano stufa, camera e cucina contigua fino all'aria. Per quanto riguarda l'abitazione ultima citata, dai confini descritti si arguisce che si trovava al secondo piano, verso Sud, affiancata dalle proprietà del fratello Giacomo Antonio.
Quindi il nuovo assetto della doppia
casa 26-27 intorno al 1825 era il seguente: la superficie totale di 133 pertiche,
era suddivisa fra quattro dei
cinque figli di
Giovanni Francesco: a Giovanni,
appartenevano 53
pertiche nella casa 26 e 27, a
Giacomo Antonio,
il figlio maggiore, e a Baldassare, 26 pertiche ciascuno
nella casa 27, a Pietro 26 pertiche nella casa 26.
LE PARTI di GIOVANNI
Giovanni lascerà Dermulo ed abiterà
a Taio, al maso di Castel Bragher, dove i suoi avi erano già stati manènti.
Come abbiamo visto più sopra Giovanni, oltre alla sua porzione di casa assegnata
dal padre Giovanni Francesco nella casa n. 26, aveva acquisito anche la
parte appartenente al fratello
Antonio, posta nella casa n. 27. Alla morte di
Giovanni nel 1832, le due porzioni di casa vengono ereditate dai suoi figli, ma
alla suddivisione reale si arriverà solo nel 1851. I sei figli di Giovanni:
Domenico,
Nicolò, Francesco, Pietro, Luigi e Vigilio con la presenza del capocomune
Giovanni Inama, che in precedenza aveva redatto assieme agli interessati, il
progetto divisionale, passarono all'estrazione a sorte delle due entità. Nel
nominato progetto si era stabilito che non essendo
possibile ricavare sei porzioni, quanti erano gli eredi, dai due blocchi, se ne erano formate quattro e
che fra le quattro, due fossero riservate per maggior necessità impellenti a
Luigi e a
Vigilio. L'estrazione a sorte
stabilì che a Luigi e a
Vigilio toccassero le due porzioni nella casa n. 26,
mentre agli altri fratelli le due porzioni nella casa n. 27.
In particolare a
Vigilio toccò: la metà del cortile, la metà della stalla
verso mattina, la cantina aderente alla stalla, Al primo piano la cucina,
e la quarta parte del somasso. Al secondo piano: la camera sopra la predetta
cucina e la metà di una camera di legno. Le soffitta e coperto e il diritto di
utilizzo di un quarto dell'ara. Non risulta che
Vigilio avesse abitato la casa,
di lui si sa che era emigrato in America e forse vi si trovava anche al momento
della suddetta divisione per cui fu rappresentato dallo zio
Antonio. La porzione di
casa pervenne più tardi al cugino
Giuseppe Inama figlio di
Antonio.
A Luigi toccò: la metà del cortile verso settentrione, la cantina nella
casa n. 2, la metà della stalla verso ovest, il diritto di costruirsi uno
stabbio assieme agli eredi di Pietro
Inama. Al primo piano: la quarta parte del somasso e un andito per costruire una camera. Al secondo piano: una camera posta
verso sera, la metà di una camera di legno, soffitta e coperto sopra la predetta
camera e il diritto di utilizzo di un quarto dell'ara. Anche
Luigi come
Vigilio
non era presente alla sopra descritta suddivisione, si dice che mancava di casa
da più di dieci mesi e quindi era rappresentato da
Lorenzo fu Valentino Inama.
Luigi a differenza di
Vigilio aveva però moglie e figli che abitavano a Dermulo,
plausibilmente in questa porzione di casa n. 26. In pochi anni però passarono
tutti a miglior vita tranne Angela, che andrà in moglie a
Giuseppe Endrizzi.
Anche questa porzione fu acquisita da
Giuseppe Inama detto Bomba.
Le due porzioni nella casa n. 27, appartenenti ai fratelli
Domenico, Nicolò,
Pietro e Francesco furono acquistate da
Giuseppe Endrizzi
intorno al 1870, per il prezzo di 252 Fiorini Austriaci.
LA PARTE di
GIACOMO ANTONIO
Questa porzione come descritta nel
1811 comprendeva: la corte al discoperto presso la casa, scala dalla
pilastrata settentrionale della porta, un voltello ora granaro e una stalla ora
torchio, una cantina presso la sua parte di portico. In alto un corridore per la
propria cucina, un terzo di somasso e ponte, passo per il saletto e cucina a
sera del somasso, camera appresso e camerino presso la stuva. Il terzo di scala
per portarsi al terzo piano, il terzo dell'andito sopra il somasso, le stradughe
e la sua parte di coperto. li. Questa parte passerà a
Filippo, figlio
di Giacomo Antonio, e poi dopo la sua morte avvenuta nel 1880 al figlio
Giacomo.
In questa occasione, si precisa che l'abitazione annoverava sette locali.
Giacomo, vi abiterà qui con la famiglia fino
alla costruzione, in un suo terreno nelle vicinanze, di una nuova casa numerata
con il 40. La parte di casa sarà poi acquistata e abitata da Mario Gabos di
Cles, marito di Ester Emer.
L’unità abitativa si può riconoscere nella parte nord-ovest della casa, con
pertinenze anche al 2° piano, e vi si
accedeva attraverso una porta posta a sinistra in fondo al
somasso.
LA PARTE di
BALDASSARE
La parte toccata a
Baldassare è così
descritta: corte al discoperto, ora prato posta a sera della stalla; la metà
a mezzodì della prima porzione, della stalla e stabbio, un terzo del portico davanti alla propria caneva
che sarà quella di mezzo, con la terza parte della scala e metà del
ponticello ed il passo per il saletto, e la proprietà di questo, la cucina e la
stua fodrata, un terzo di somasso e ponte e scala che porta al terzo piano. Un
terzo dell'andito sopra il somasso. La metà della camera sopra la propria
cucina, cioè verso la strada, le stradughe, la porzione verso la strada fino
alla porzione di mezzo e fino alla porzione a settentrione, col suo coperto. Dei
quattro figli di
Baldassare, nella
casa abiterà solo
Giuseppe,
infatti Pietro
Guslòt abiterà nella
casa n. 20 - 21,
Baldassare nella
casa n. 5 e Giovanni, il primogenito, morirà
celibe nel 1855 a causa del colera.
Giuseppe muore nel 1898, lasciando la
casa come prelegato al primogenito
Geremia.
In quel frangente si dice che la casa è composta da 4 locali. Al piano terra:
cantina e portico, al primo piano: cucina, stufa e saletto. Al secondo piano:
una camera con antana e coperto. Questi
possedeva anche il rustico, oggi abitazione di Aldo Sandri che allora figurava come
stabbio numerato con il 31 confinante
a est con la strada, a sud e a ovest con gli eredi di Filippo Inama e a nord con
il rustico di
Giuseppe Endrizzi. Vittoria, figlia unica di
Geremia Inama, sposerà Emanuele Sandri di Tuenno che lascerà
il proprio paese per trasferirsi a Dermulo, nella casa n. 27.
Oggi la casa è proprietà degli eredi di
Mario Endrizzi.
LA PARTE di
PIETRO
Pietro era sposato con Marianna Sicher di Coredo, ma non ebbe discendenti.[3]
Dopo la sua morte avvenuta nel 1848, la casa pervenne in eredità ai suoi fratelli
viventi: Giacomo Antonio,
Baldassare,
Antonio e Anna Maria, ai suoi nipoti Romedio,
Pietro, Luigi, Nicolò, Francesco e Vigilio Inama e Caterina Barbacovi figli di suo fratello Giovanni
già defunto e ai pronipoti Bortolo e Giovanni Dellandrea di
Capriana. Siccome c'era difficoltà nel trovare un equo accordo, a differenza
degli altri beni ereditati, la casa non sarà subito suddivisa. Sugli sviluppi
immediatamente successivi mancano riferimenti, ma presumibilmente intorno al
1870 si consoliderà la situazione per la quale troveremo nella casa
Giuseppe, figlio maggiore di
Antonio Inama.
Giuseppe
probabilmente acquisirà dagli eredi dello zio Pietro tutte le quote, ed
altrettanto fece dagli eredi dei cugini Luigi e Vigilio, divenendo così l'unico
proprietario della casa n. 26. Nel 1905,
Giuseppe Inama detto Bomba.
Oggi la casa n. 26 è proprietà degli eredi di Aldo Inama, figlio di Angelo.
Nel 1900 quindi, la casa n. 27 era
abitata dalle famiglie di Giacomo Inama,
Giuseppe
Endrizzi e Geremia Inama, e
fra i tre erano sorte delle divergenze sulla fissazione di confini del portico, somasso e ara. Pertanto il 10 marzo del 1900, erano stati nominati arbitri il
geometra Giovanni Brugnara di Cles, che aveva redatto anche dei disegni per
meglio chiarire la cosa, e il Capocomune di Dermulo
Germano Emer. Senonchè non
venne espresso nessun parere, in quanto il geometra Brugnara morì. Quindi con
compromesso del 13 ottobre 1900, fu necessario nominare un nuovo arbitro nella
persona di Federico Tabarelli di Tassullo che assieme a
Germano Emer, dopo aver
visto i disegni, sentito le parti e effettuato sopralluogo, redasse un
compromesso. Il 31 ottobre 1901, si stende un ulteriore accordo divisionale,
tenendo conto del giudizio espresso l'anno precedente, fra
Luigi Endrizzi, in
rappresentanza del padre
Giuseppe,
Geremia Inama e
Giacomo Inama che stabilì le
seguenti condizioni:
il portico della casa n. 27 risulta proprietà per 1/3 verso la strada di
Giuseppe
Endrizzi, 1/3 al centro di
Geremia Inama e 1/3 più a
sera di Giacomo Inama come
risulta dal disegno. Questa divisione riguarda solo il portico interno, perché
fuori dalla muraglia maestra laterale della casa, è sola proprietà di
Giacomo Inama. Le porzioni
di portico sono libere da servitù attive e passive, avendo ogni porzione
l’entrata dal cortile di Giacomo Inama, entrando sotto le arcate.
Sulla linea divisoria fra
Giuseppe Endrizzi
e Geremia Inama, le parti
dovranno erigere un muro divisorio a cantinella a spese comuni.
Mappa della suddivisione del portico
Il somasso è indivisibile,
pertanto si prendono i seguenti accordi: il somasso dovrà rimanere sgombero per
almeno un metro verso sera dal portone, pertanto i carri che occupassero il
somasso, devono rispettare almeno un metro per il passaggio a piedi. L’entrata e
l’uscita dal somasso avviene per il portone a mattina, e per la scala e
corridoio a mezzodì. Cui i primi due sono comuni.
La scala e il corridoio a mezzodì che mettono dal portico al somasso, sono
proprietà di Geremia Inama,
ma con il diritto di passo di Giacomo Inama
e Giuseppe
Endrizzi.
Il somasso servirà a tutti gli scopi che l’economia agricola richiede e in
particolare per introdurre messi, trebbiarle e vagliarle ad uso delle tre parti.
Quindi alle epoche di tali lavori, il somasso dovrà essere sgombro da tutte le
altre cose. Il lavoro non potrà impedire a nessuna delle parti il passaggio a
pedone per raggiungere i loro quartieri e la scala che mette al secondo piano.
Ogni condividente potrà usufruire del somasso, e si stabilisce che ogni fermata
del carro non possa superare le 6 ore se di giorno e le 12 se di notte, e in
quest’ultimo caso, l’occupante dovrà mantenere il lume nelle ore notturne. Se
fossero due gli introducenti in contemporanea, il primo procurerà il posto al
secondo e avrà diritto per primo allo scarico e poi toccherà subito al secondo.
Le altre operazioni di sfogliare il grano, trebbiare e vagliare possono
continuare per 36 ore, avvisando le altre parti, almeno un giorno prima per
potersi organizzare e sgombrare eventuali materiali sul somasso.
In caso di morte di qualcuno delle tre famiglie, il cadavere potrà essere
esposto sul somasso in luogo non necessario al passo.
Nel somasso si possono introdurre altri materiali, ma nel posto convenuto. E’
proibito permettere l’uso del somasso ad estranei.
La scala che dal somasso porta all’aia è consortile così come il pianerottolo di
fronte all’accesso del quartiere di
Giuseppe Endrizzi.
All’infuori degli usi agricoli visti sopra, ogni condividente ha a disposizioni
i seguenti spazi per depositare altro materiale:
Giuseppe Endrizzi
il suolo aderente alla parete di settentrione (lettera A nel disegno),
Geremia Inama
suolo lungo la parete a mezzodì, dal corridoio all’uscio della sua abitazione.
(lettera B nel disegno), Giacomo Inama suolo aderente alla parete di sera
(lettera C nel disegno). Il mulino a mano che è di uso comune è da collocarsi
come per il passato presso la muraglia del somasso a mattina.
Mappa della suddivisione del somasso
L’aia viene divisa in tre parti
in direzione settentrione mezzodì. La porzione a mattina è assegnata a
Geremia Inama, quella a
sera a
Giuseppe Endrizzi, quella al centro a
Giacomo Inama. A
scopo di ripostiglio è destinato uno spazio a ridosso della parete di
settentrione della larghezza di 1,60 metri, in modo che ogni parte ha il suo
ripostiglio separato. Ogni porzione ha la larghezza di quasi 3 metri del lato a
nord, e 3,10 m il lato a est. Lungo il lato di mattina per la larghezza di 1
metro l’aia deve rimanere sgombra perché destinata a passaggio comune.
Geremia Inama per far passare le fruggi sul somasso, si servirà del piccolo
bocchiere presente nella sua porzione.
Il bochiere ora esistente nella porzione di
Giacomo Inama, verrà
chiuso e ne verrà aperto un altro sulla linea divisoria fra
Giacomo Inama e
Giuseppe
Endrizzi, che avrà le seguenti misure: 90 cm di larghezza, la lunghezza dipende
dalla distanza dei travi. Riguardo al bocchiere (bocèr: botola per far
passare il fieno dall'ara al somasso e viceversa), nel 1878 ci fu una dura
disputa riguardo il suo uso, in quanto
Filippo Inama ne
pretendeva l'uso esclusivo, cosa non accettata da
Giuseppe Inama e
Giuseppe Endrizzi. La questione andò avanti per molto tempo a suon di
perizie e testimoni, ma dell'esito non sono a conoscenza.
Il tratto di pavimento fra il ripostiglio e il corridoio comune, dovrà rimanere
sgombro in modo che dalla finestra a mattina possa entrare sempre la luce. Tale
finestra potrà essere utilizzata per introdurre da parte dei condividenti il
materiale necessario in caso di fabbrica o restauro. Questa finestra si era
detto nel 1900 che sarebbe stata chiusa e che ne sarebbe stata aperta un'altra
verso sud, utilizzando le pietre della prima. Evidentemente ci fu un
ripensamento.
Il pavimento dell’aia dovrà essere mantenuta in comune per lo stesso motivo
per cui non fu possibile dividere il somasso.
Come in passato per accedere dall’aia ai relativi spleuzali le parti faranno uso
di scale o altri dispositivi mobili.
Mappa della suddivisione dell'ara
Giacomo Inama concorda
a Giuseppe
Endrizzi il passo per asportare le feci, dallo
sterquilinio posto a sera della casa, ogni due anni e solo nei mesi di novembre
e dicembre, fino all’avvenuto spurgo con barella a ruota, attraverso il suo
cortile. Però all’altezza del suo stabile debba in questo entrare.
Questo però fino che Giacomo
non eriga nel cortile un edificio, poi cesserà l’accordo. Per questo aggravio
Giacomo Inama riceve da
Giuseppe
Endrizzi 20
Corone.
Geremia Inama concorda
come sopra il passo a
Giuseppe Endrizzi per il passaggio
sul suo terreno.
Si specifica che in quanto questo atto non ne comporta modifiche, restano in
vigore i due documenti del 8 ottobre 1811 e 4 giugno 1823.
Nel 1943 la casa 27 appartiene agli eredi di
Geremia Inama, Germano
Kaisermann e
Luigi Endrizzi.
| PERSONE EFFETTIVAMENTE PRESENTI NELLA CASA | ||||
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1710 |
1780 |
1830 |
1880 |
1921 |
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casa 26 |
casa 26 |
casa 26 |
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Domenica Endrizzi(m) |
Francesca Jori (m) |
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Pietro Inama (f) |
Marianna Sicher (m) |
Leopolda Zucal (m) |
Rachele Eccher
(m) |
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Silvestro Inama (f) |
Giacomo Inama (f) |
|
Ferdinando Inama (f) |
Maria Inama (f) |
|
Gio.Paolo Inama (f) |
Giovanni Inama (f) |
casa 27 |
Modesto Inama (f) |
Felice Inama (f) |
|
Anna Maria Inama (f) |
Margherita Inama (f) |
Romedio Inama (f) |
Lorenzo Inama (f) |
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Barbara Inama (f) |
Anna Inama (f) |
Caterina Vit (m) |
Candido Inama
(f) |
Paolina Inama (f) |
|
Vittore Giuseppe Inama (f) |
Maria Inama (f) |
Maria Inama (f) |
Angelo Inama (f) |
Emilio Inama (f) (a) |
|
|
Pietro Inama (f) |
|
Marina Inama (f) (a) |
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|
Giuseppe
Inama (f) |
casa
27 |
Guido Inama
(f) (a) |
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Baldassare Inama (f) |
Giacomo Inama (f) (a) |
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Giovanni Inama (f) |
Brigida Inama (m) |
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Francesca Inama (f) |
Geremia Inama (f) |
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Virginia Inama (f) |
Maria Tamè (m) |
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Caterina Inama (f) |
Adelfina Inama (f) |
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Maddalena Pedrotti (m) |
Clemente Inama (f) |
Anselmo Inama (f) |
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Filippo Inama (f) |
Maria Inama (f) |
Germano Inama (f) |
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Teresa Inama (f) |
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Francesca Inama (f) |
Augusta Eccher (v) |
casa 27 |
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Luigia Inama (f) |
Sofia Inama (f) |
Emanuele Sandri |
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Bartolomeo Inama (f) |
Giacomo Inama (f) |
Vittoria Inama (m) |
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Caterina Inama (f) |
Maria Inama (f) |
Ilda Sandri (f) |
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Fortunata Inama (f) |
Maria Sandri (f) |
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Onorina Sandri (f) |
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Eleonora Sandri (f) |
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Valeria Sandri (f) |
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Luigi Endrizzi (f) |
Anna Sandri (f) |
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Geremia Inama (s) |
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Germano Endrizzi (f) |
Emilia Inama (s) |
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Romana Formolo (s) |
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Maria Depaoli (m) |
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Rosina Inama (f) |
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Ida Inama (f) |
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Giuseppina Inama (f) |
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Pia Inama (f) |
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Anna Inama (f) |
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Maria Inama (f) |
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Emma Inama (f) |
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Narcisa Inama (f) (a) |
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Rosalia Mendini (m) |
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Maria Endrizzi (f) |
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Agnese Endrizzi
(f) |
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Lorenzo Endrizzi (f) |
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Paolina Endrizzi
(f) |
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Irma Endrizzi (f) |
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|
| Il nominativo sottolineato corrisponde al capofamiglia. Le seguenti abbreviazioni indicano i rapporti di parentela con il nome sottolineato: m sta per moglie, f. per figlio/a, fr per fratello, S per sorella, v per vedovo/a, p per padre, M per madre, s per suocero/a, n per nipote, z per zio, N per nuora e c per cognato/a. Per il 1780, i nomi dei proprietari provengono dal Catasto teresiano presso l’A.S.T. Per il 1921 si è preso in considerazione il censimento di tale anno presso l’A.C.D. Inoltre, e solo per questo anno, sono state evidenziate le persone assenti con la lettera a. Per gli anni rimanenti i nomi dei capifamiglia e/o il numero degli occupanti la casa, sono stati desunti da vari documenti consultati presso A.C.D., A.P.T. e A.D.T. | ||||
[1] L’Inama Sternegg a pag. 203 di “Geschichte aller Familien Inama” scrive che sul portale che immetteva nel cortile compariva la data 1627. Questo arco, visibile in un disegno del 1900, fra la casa 27 e la 32 è stato purtroppo abbattuto.
[2] La parte a Sud-Ovest della casa 2-3, apparteneva allo zio Giacomo di Taio.