LA CASA N° 25 - casa del maso Betta

(Oggi Via Strada Romana n. 10)
 


 

A chi fosse appartenuto il maso, prima dell'acquisto da parte dei Betta di Malgolo, non è dato a sapere. Il primo accenno, ad una presenza dei Betta in paese, ci viene da uno scritto di Quintilio Perini,[1] che riporta una locazione avvenuta nel 1569, fra Bonifacio Betta, capostipite della linea di Malgolo e i fratelli Martino e Gervasio Cordini di Dermulo. E' interessante notare che dall'elencazione degli aventi diritto ad una importante assemblea della regola di Dermulo, convocata nel 1554, non figurino rappresentanti dei Betta. Che un casato così notevole, con un altrettanto cospicuo patrimonio in paese, non fosse rappresentato alla regola, risulta un po' strano. (Sono invece citati, per esempio i rappresentanti della famiglia Inama di Fondo). Il che ci può far pensare che fino a quella data, i Betta non avessero proprietà in paese. Quindi mi sentirei di azzardare l'ipotesi che i vecchi proprietari del maso, fossero gli eredi di Antonio Frison di Coredo, rappresentati nella regola da Gregorio Mendini. A titolo ipotetico potremmo pensare che l'acquisto, sia stato favorito dal notaio Antonio Inama, che all'epoca intratteneva un affermato rapporto lavorativo con la famiglia Betta. Nel documento del 1554 appaiono Bertoldo e Corradino Cordini di Dermulo, abitanti a Fondo, rappresentati nella regola da Nicolò Cordini. Quindi pure i fratelli Cordini avevano ancora possessi in paese, ma l'ipotesi che il maso fosse di loro proprietà, anche se fisicamente abbastanza vicino alla loro vecchia dimora, la reputo poco probabile.       
Un'ultima ipotesi, è che i proprietari del maso non avessero diritto di vicinato e quindi non fossero autorizzati a partecipare o a farsi rappresentare nelle assemblee della regola. In tal caso tutte le congetture formulate sopra, verrebbero a cadere. Confido che in futuro si possa fare luce su questo aspetto. 
I Betta, non hanno mai dimorato in detta casa che invece fu occupata da vari manènti. Nel 1628 troviamo un certo Giorgio Bonvicin di Salter che vi rimarrà sicuramente fino al 1637, poi Concio Massenza nel 1647, Giacomo Inama nel 1671, Gio.Batta Inama nel 1716 e ancora lo stesso Gio.Batta almeno dal 1737 fino al 1747. Nel 1767 e nel 1768 troviamo i figli di Gio.Batta Inama: Giovanni e Antonio; quindi Giovanni Emer dal 1778 al 1787 e infine Giacomo Endrizzi.

Nel 1710 la casa del maso risulta disabitata, probabilmente l'affittuario, (Gio.Batta Inama?), lavorava i terreni di pertinenza, ma risiedeva a casa sua.

Giacomo Endrizzi, a quanto ho potuto appurare, fu l’ultimo manènte della famiglia Betta e abitò nel maso circa dal 1797 al 1804. In questo periodo però, subentra alla famiglia Betta,  la famiglia Gentili di Sanzeno, di cui l'Endrizzi fu ancora rendatore.

Intorno al 1815 i Gentili vendevano il maso ex Betta a don Romedio Eligio Widmann di Coredo,[2] figlio di Alfonso, che ne istituirà una fondazione stipendiaria. I nuovi proprietari probabilmente eseguirono dei lavori di ristrutturazione della casa, sulla chiave dell'arco si può notare una decorazione a fiore e l'anno 1818. Forse era stata dipinta in tale periodo, anche la meridiana che una volta campeggiava sulla parete sud della casa. Anche i Widmann, per far coltivare i campi, si avvarranno di vari manènti. Di questi, il primo di cui ho notizia è Vittore Tamè figlio di Giovanni Maria, che abiterà con la sua famiglia nel maso sicuramente fino al 1860. Poi verrà il turno del genero di Vittore, Baldassare Inama e quindi di Agostino figlio di Baldassare che vi abitava ancora nel 1899. Nel 1907 la casa risulta occupata da Ernesto Inama fu Giovanni e nel 1916 suo figlio Giuseppe. Più tardi sarà il turno di Riccardo Eccher ed infine Alessandro Manzoni ultimo manènte dei Widmann. Il Manzoni aveva stipulato il contratto di affitto nel 1945, e nel 1947 alla sua scadenza, fu invitato a lasciare il maso in quanto i proprietari erano intenzionati a venderlo. Il barone Enrico Widmann infatti, anche a nome dei fratelli e dei nipoti, vendeva a Vigilio Tamè e a Ferdinando Pinamonti, le sue proprietà a Dermulo. Oltre ai due acquirenti principali, si erano aggiunti anche Leo Chistè, Augusto Zinzarella e i fratelli Guido e Bruno Emer. I due fratelli Emer, comprarono e abitarono la casa del maso fino al 1970, anno in cui si trasferirono a Taio. Per venti anni la casa rimase disabitata e negli anni Novanta divenne proprietà dei fratelli Eccher.

La casa prima dell'ultima ristrutturazione, presentava l’arco di pietra sulla parete est, infatti tramite la stradina che scendeva tra la casa Emer e il caseificio, si arrivava all’ingresso principale della casa.

 

 

  

PERSONE EFFETTIVAMENTE PRESENTI NELLA CASA

1710

1780

1830

1880

1921

disabitata

Giovanni Emer

Vittore Tamè

Baldassare Inama

Serafina Bergamo (v)

 

Barbara Zadra (m)

Teresa Inama (m)

Domenica Tamè (m)

Giuseppe Inama (f)

 

Teresa Emer (f)

Domenica Tamè (f)

Eugenia Inama (f)

Paolina Inama (f)?

 

 

Elisabetta Tamè (f)

Filippo Inama (f)

Anna Inama (f)

 

 

Matilde Tamè (f)

 

Maria Inama (f)

 

 

Filippo Tamè (f)

Faustino Agostino Inama

Emma Inama (f) (a)

 

 

Rosa Tamè (f)

Emilia Inama (m)

Abramo Inama (f) (a

 

 

Giovanni Tamè (f)

Elena Inama (f)

 

 

 

 

Ludovico Inama (f)

 

 

 

 

Maria Inama (f)

 

 

 

 

 

 

Il nominativo sottolineato corrisponde al capofamiglia. Le seguenti abbreviazioni indicano i rapporti di parentela con il nome sottolineato: m sta per moglie, f. per figlio/a, fr per fratello, S per sorella, v per vedovo/a, p per padre, M per madre, s per suocero/a, n per nipote, z per zio, N per nuora e c per cognato/a. Per il 1780, i nomi dei proprietari provengono dal Catasto teresiano  presso l’A.S.T. Per il 1921 si è preso in considerazione il censimento di tale anno presso l’A.C.D.  Inoltre, e solo per questo anno, sono state evidenziate le persone assenti con la lettera a. Per gli anni rimanenti i nomi dei capifamiglia e/o il numero degli occupanti la casa, sono stati desunti da vari documenti consultati presso A.C.D., A.P.T. e A.D.T.

 

 

 

[1] Cfr. Quintilio Perini - “Le famiglie nobili trentine. La famiglia Betta di Arco, Revò e Castel Malgolo” in Atti dell’ i.r. Accademia di scienze, lettere e arti degli Agiati in Rovereto, S.3, vol 9, fasc. 3/4 (1903), pag. 223.

[2] Don Romedio Widmann nacque a Coredo nel 1758 dove fu Cappellano dal 1783 al 1795. Fu poi beneficiato in Castel Bragher e morì nel 1836. (Cfr. Endrici Edoardo “Coredo nell’Anaunia” Pagg. 190 e 197.)

 

 

Case  Mappa1928  Mappa '600-700 Foto della casa n. 25