LA CASA N° 20 - 21 - casa dei Mendini sopra la via


 (Oggi Via del Borgo n. 1, 3, 5 e Via Strada Romana n. 12)
 

 

 

La casa era proprietà Mendini e probabilmente era anche la loro dimora più antica, visto la denominazione, risalente già alla prima metà del ‘700, di casa vecchia dei Mendini. Nel 1646 era invece designata, come casa delli Mendini sopra la via. Ancora oggi sulla facciata ovest, sopra il portale di pietra, campeggia l'affresco rappresentante lo stemma nobiliare della famiglia Mendini, con inciso 1616, l'anno in cui fu realizzato. Nella recente ristrutturazione lo stemma è stato salvaguardato; i colori sono alquanto sbiaditi ma si possono ancora intravedere i due busti di lepre, uno nello scudo e l’altro sul cimiero, emblemi del casato Remondini - Mendini.

In questo edificio, possiamo riconoscere con una buona sicurezza, la casa oggetto di rinnovo di locazione perpetuale, fatta da parte di Francesca Margherita, vedova del barone Carlo Spaur ad Antonio fu Giovanni Mendini. Nel documento in parola redatto nell'anno 1625, la casa è descritta nel modo seguente: domus muri murata et legnaminibus costructa, cum revolto, stallis et aliis suis stantiis et comoditatibus et una petia terrae hortoliva et prativa contiguis in uno tenere, posita in Villa Hermulli in loco d.to oltra il rì. a mane detto Antonium conductorem, a meridie Rivum, a sera et septentrione viam. Pur essendo individuata con la dicitura un po' generica oltra il Ri, la descrizione dei confini ci permette di collocare la casa attendibilmente, e di distinguerla dall'altra casa, che solitamente faceva riferimento a questo nome: la casa n. 13-14. Resta da chiarire, oltre al perchè non sia stata citata come casa mendina o altri simili appellativi, anche la genesi di questa locazione, che vede la sua prima stesura nell'anno 1600. Per analogia con altre situazioni simili, possiamo ipotizzare una prima cessione della casa da parte Mendini verso gli Spaur, dovuta all'impossibilità di far fronte a debiti. E quindi, una susseguente locazione perpetuale da parte dei baroni di Castel Valer, che potevano così garantirsi una rendita annua o in alternativa, la restituzione dei beni locati.  Ma forse, la casa e i terreni appartenevano agli Spaur da lunga data, e i Mendini, dopo esserne stati locatari per decenni, divennero proprietari a tutti gli effetti, sborsando una prestabilita somma. Nel 1380 i signori di Castel Valer, risultavano confinanti di un terreno a Dermulo, nel luogo detto a San Giacomo. Il toponimo, non lascia dubbi sulla zona di ubicazione del campo e quindi ci piace ipotizzare che i beni di castel Valer, che a questo confinavano, siano da riconoscersi nella casa di cui presentemente si parla e/o il terreno attiguo. Non è da escludere nemmeno, che uno dei quattro masi citati nell'elenco dei beni episcopali del 1275, sia da identificarsi con questa casa e i suoi terreni di pertinenza.

Nel 1693 Pietro fu Giovanni Antonio Panizza di Taio, vendeva ad Antonio fu Giacomo Mendini la casa dei Mendini.[1] Nel documento si dice che il defunto Pietro Panizza [2], zio di Pietro, l’aveva precedentemente acquistata da Maria, vedova di Antonio fu Antonio Mendini. L'Antonio appena citato, era il figlio di Antonio fu Giovanni Mendini, il protagonista della locazione Spaur e quindi abbiamo un'ulteriore conferma delle notizie enunciate sopra. La cessione da parte della vedova Maria, può essere avvenuta intorno al 1670. Credo non si trattasse di tutta la casa, ma solo della parte a nord, perchè è logico pensare che l'altra porzione, fosse stata lasciata da Antonio Mendini, all'altro figlio Giacomo I. Infatti, il possesso da parte di Giacomo II, di una parte di casa, che poi scambierà con il nipote Antonio nel 1717, va ricercato nell'eredità paterna di Giacomo I.

Quindi il caseggiato agli inizi del Settecento è  per metà di Antonio (1636-1717), e metà di Giacomo II. Dopo la morte di Antonio, passerà in proprietà ai suoi due figli, Giacomo Antonio e Antonio. L'ultimo Antonio acquisirà nel 1717 la parte dello zio Giacomo II, abitante nella casa Guelmi, e quindi intorno agli anni Venti del Settecento, troviamo alloggiati nella parte nord (in futuro n. 20), Giacomo Antonio e nella parte  sud (in futuro n. 21), Antonio.

Giacomo Antonio nel suo testamento del 1723, dispone che la sua abitazione spetti alla figlia Ursula, moglie di Valentino Chilovi di Taio. Nel 1747, Ursula venderà la casa dei Mendini di sopra, a Giacomo III, per la somma di 140 Ragnesi.

Dopo la morte di Antonio, nel 1737, il cugino Giacomo III divenne il suo erede universale, come stabilito nel testamento del 1733 e quindi, riacquistò il possesso della parte sud, della casa vecchia di Mendini, che fu del padre Giacomo II. Giacomo III perciò, dal 1747, divenne l'unico proprietario del caseggiato.

Già nel 1745, Giacomo III aveva redatto il suo testamento, nel quale aveva assegnato la parte sud della casa, ai due figli Romedio Maria e Gioachino. Quest'ultimo però, morì diciottenne nel 1754 e quindi Romedio Maria divenne il solo proprietario della casa, alla morte del padre Giacomo, avvenuta nel 1763.

E infatti così lo troviamo, nel catasto del 1780, anche come abitante del caseggiato che aveva una superficie di 102 pertiche. Romedio Maria muore nel 1798, ma è probabile che già da qualche anno, ritrovandosi solo con la moglie, si fosse trasferito nella casa al Plazol. La moglie Anna Maria morì sicuramente in quella casa nel 1813. Nessuno dei figli di Romedio Maria, alloggerà nell'immediato, nella casa vecchia dei Mendini. Giacomo dopo il matrimonio si trasferì a Taio; Vigilio nel 1800 occupò assieme alla moglie il maso a Tavon. Romedio, altro figlio, visse celibe nella casa al Plazol. Nel 1779, all'epoca del matrimonio del figlio maggiore Giuseppe, con Maria Domenica Chini di Vervò, i genitori Romedio Maria e Anna Maria, asserirono che in casa loro non c'era posto per la nuova famiglia, perchè tenevano molta prole, e quindi concedevano agli sposi, di poter abitare nel loro maso a Tavon. Giuseppe abitò quindi a Tavon fino al 1783. In quell'anno infatti, si trova nei libri parrocchiali di Taio, la registrazione di nascita della prima figlia, che prova il suo ritorno a Dermulo. Fu in questa occasione che Giuseppe, prese possesso della casa vecchia dei Mendini. Assieme a Giuseppe, alloggiò per qualche anno anche la suocera Maria Maddalena di Vervò. Nel 1803, essa redasse testamento in favore della figlia Domenica, e morì verso la fine del 1805. I figli più giovani di Giuseppe, lasciarono Dermulo e nella casa, forse dopo morte della madre Domenica (1822), che aveva lasciato nella vedovanza il padre, si trasferì il figlio Romedio, nel frattempo sposato con Cecilia Deromedis. Questa congettura è stata formulata in quanto nel 1815, la casa abitata da Romedio e famiglia, era numerata con l'11 e poi la stessa casa numero 11, si ritrova nell'arco di pochi anni, abitata da varie persone senza che avessero vincolo di parentela con le precedenti. Ho quindi ritenuto che si trattasse di una casa, che solitamente era libera e quindi concessa in affitto e perciò non corrispondesse alla futura casa 20-21.

Nel 1819, Domenica moglie di Giuseppe Mendini vendeva al figlio Romedio una porzione di casa senza coperto e diroccata non avente che parte delle muraglie di circonferenza e un revolto a pian terreno, alla quale porzione di casa sono coerenti 1 2 la venditrice con la restante casa, 3 strada comunale, 4 la detta strada e l’infrascritto orto. Da questo documento apprendiamo che la parte nord del caseggiato era crollata e probabilmente fu proprio Romedio a ristrutturarla, per poi abitarci, come risulta da un resoconto del 1836. Romedio aveva una sola figlia di nome Teresa, che nel 1845 sposava Pietro Inama di Baldassare. Con il matrimonio, Pietro, che da qui in avanti sarà soprannominato Guslòt, si trasferisce in casa di Teresa. Durante la seconda metà dell'800, la casa fu spesso sottoposta ad ipoteca, per vari acquisti attuati da Pietro e consorte.

Dal 1820, e sicuramente fino al 1880, la casa n. 21, cioè la parte a sud, era marcata con il n. 22. Il 21 nello stesso periodo, era il numero assegnato alla casa di fronte, ossia la casa Mendina.

Nel 1886 moriva Teresa Mendini e nel suo testamento lasciava la sua sostanza ai due figli Germano e Elia. Però a titolo di prelegato al  solo Germano: la cucina, la camera prato e orto, inoltre l’usufrutto della cucina a settentrione finchè durerà l’usufrutto del padre Pietro che ha pure usufrutto sulla quarta parte dell’asse e sulla porzione di casa a mezzodì.

Alla figlia Maria a condizione che resti nubile l’usufrutto del campo e sopra descritto orto vicino alla casa 20 21, nonché della cucina e camera a questa attigua, porzione di stalla, somasso, stradughe sottotetto nella porzione di casa verso mezzodì.

Nell’ultimo ventennio dell’800 la casa n. 20 è di Elia Inama e la n. 21 del fratello Germano. Nel 1888 Germano vendeva al fratello Elia la sua parte di eredità materna, costituita fra l'altro da metà della casa 20 e 21 per pagare alcuni debiti. Germano, da quanto risulta, doveva essere una persona distinta e anche istruita, tanto che fu maestro nelle scuole del paese e anche Capocomune. Improvvisamente fugge in America senza più dare sue notizie, lasciando l'anziano padre nello sconforto e parecchi debiti sia con privati che con il comune. Per tali motivi la sua casa n. 21 fu messa all'incanto.

Nel 1891, la rappresentanza comunale di Dermulo, propone l’acquisto della parte di casa di Germano Inama (n. 21) e per tale scopo assume un mutuo. La casa, gravata dall’usufrutto a favore della sorella Maria e del padre Pietro, è posta all’incanto nel mese di luglio 1891 e il Comune riesce ad aggiudicarsela, per un importo di 552 Fiorini. Oltre a tale somma, dovrà poi sborsare altri 440 Fiorini, per la cancellazione del diritto di usufrutto. In quel frangente è così descritta:

Al primo Piano: il portico all’angolo sud est della casa fino al muro di divisione con questa e l’altra porzione il qual muro prosegue anche al primo piano e in linea perpendicolare che fa pure da confine con altana e tetto. Nel portico c’è pure una stalla appartenente a questa porzione. Il prato descritto dai confini è citata la presenza di una buca della calce.
Al primo piano: somasso, cucina, stufa, camerino e camera, tutto posto sopra il portico e stalla del piano terra, ponticello e cesso proprio e scala che mena la piano terra.
Al secondo piano: autana, sottottetto e tetto fino all’aria posto sopra i locali descritti al primo piano.
Maria di
Pietro Inama ha l’usufrutto su tale parte di casa.

Nel 1897 Elia si sposa con Santina Corazzola e le assegna in usufrutto alcuni stabili, fra i quali la porzione di casa al n. 20  costituita da stufa, cucina, due camere al secondo piano, con diritto alla stalla, sottotetto e anditi.

Nel 1893 il Comune fa costruire a spese di Elia Inama un muro divisorio fra la casa n. 20 e la casa n. 21. Tre anni, dopo la rappresentanza comunale, aveva avviato un progetto di permuta, della casa n. 21 con la casa primissariale n. 16, senza però arrivare a nulla di concreto. Nel 1904 il comune di Dermulo, proponeva di cedere il I° piano e un avvòlto della casa n. 21, al fondo primissariale, ricevendo in cambio la casa n. 16 con il relativo orto (p.f. n. 247), ancora una volta però, non si riuscì a concludere. Finalmente, il 5 ottobre 1928, il Comune cedeva la casa n. 21 al fondo primissariale, per il sacerdote pro tempore, con relativo orto e prato e in cambio, incassava l’importo della vendita della casa n. 16 e del prato attiguo.

Un piano della casa n. 21, sarà adibito a scuola elementare, fino agli anni ‘60 del Novecento. Un’altra parte, sarà invece adibita, per 50 anni, a canonica, fino alla costruzione di quella nuova, avvenuta negli anni ‘80 del secolo scorso.

 

 

 

PERSONE EFFETTIVAMENTE PRESENTI NELLA CASA

1710

1780

1830

1880

1921

Giacomo Antonio Mendini

Romedio M. Mendini

Romedio Mendini

Pietro Inama

casa 20

Anna Barbacovi (m)

M. Anna Schadler (m)

Cecilia Deromedis (m)

Teresa Mendini (m)

Elia Inama

Domenica Mendini (f)

Giacomo Mendini (f)

Teresa Mendini (f)

Germano Inama (f)

Santina Corazzola (m)

Dorotea Mendini (f)

Romedio Mendini (f)

Giuseppe Mendini (p)

Elia Inama (f)

Attilio Inama (f)

Ursula Mendini (f)

Teresa Mendini (f)

 

Maria Inama (f)

Silvio Inama (f)

Margherita Mendini (f)

Vigilio Mendini (f)

 

 

Maria Inama (S)

Lucia Mendini (f)

 

 

 

 

Antonio Mendini (p)

 

 

casa 21

 

 

 

 

don Carlo Paolazzi

Antonio Mendini

 

 

 

Giuseppe Paolazzi (fr)

Maddalena Rizzardi (m)

 

 

 

Maria Tabarelli (c)

Silvestro Mendini (f)

 

 

 

 

N. Mendini (f)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il nominativo sottolineato corrisponde al capofamiglia. Le seguenti abbreviazioni indicano i rapporti di parentela con il nome sottolineato: m sta per moglie, f. per figlio/a, fr per fratello, S per sorella, v per vedovo/a, p per padre, M per madre, s per suocero/a, n per nipote, z per zio, N per nuora e c per cognato/a. Per il 1780, i nomi dei proprietari provengono dal Catasto teresiano  presso l’A.S.T. Per il 1921 si è preso in considerazione il censimento di tale anno presso l’A.C.D.  Inoltre, e solo per questo anno, sono state evidenziate le persone assenti con la lettera a. Per gli anni rimanenti i nomi dei capifamiglia e/o il numero degli occupanti la casa, sono stati desunti da vari documenti consultati presso A.C.D., A.P.T. e A.D.T.

 

 

 

[1] Nello stesso documento si dice che Antonio fu Giacomo Mendini cedeva a Pietro Panizza, una parte di casa da lui acquisita nel 1684 da Matteo Bertolasi di Cles denominata casa al Plazzòl.

[2] Nell’elenco dei Vicedomini, Capitani e Massari vescovili redatto da Enzo Leonardi in : “Cles Capoluogo storico dell’Anaunia”, per l’anno 1670 compare come Massaro Pietro Panizza. Forse si tratta della stessa persona qui citata?

 

Case  Mappa1928  Mappa '600-700  Foto della Casa n. 20-21