LA CASA N° 16-17-18-19

 

 


 

In questo complesso di case, alla metà del Cinquecento troviamo abitare le famiglie Pret, Massenza, Vicenzi[1] ed Inama. Quest'ultima, che faceva parte della cosi detta linea Inama di Fondo, occuperà sempre la casa posta ad ovest, poi numerata con il 19. La porzione a est invece, denominata casa dei Cristani o dei Vicenzi era appannaggio della famiglia Vicenzi e prenderà in seguito il numero 16. La parte centrale era abitata da Matteo Pret e dagli eredi di Gaspare Massenza e dopo il 1830 riceverà i numeri civici 17 e 18
 

Casa n. 16  casa di Vicenzi

(Oggi Via del Borgo n. 12)

La parte di casa dei Vicenzi era forse l’abitazione di Vincenzo Zattoni di Tres, trasferitosi a Dermulo da almeno il 1467. Con la morte di Vincenzo figlio di Cristano, avvenuta intorno al 1570, la casa pervenne ai suoi eredi. Nel 1573 vennero pignorati alcune parti di portico a favore della chiesa di Santa Giustina, e questo fu probabilmente il primo passo, che portò negli anni successivi alla completa acquisizione della casa, da parte dell'eremo. I Vicenzi avevano contratto anche dei debiti con Ferdinando Morenberg di Sarnonico, debiti che furono assicurati sulla loro casa. Il Morenberg poi, per un motivo a noi sconosciuto, aveva fatto dono del credito, all’eremo di Santa Giustina nelle mani dell'allora eremita Giovanni Giacomo Etterarther. Per cui i fratelli Bartolomeo e Antonio Cordini, assieme a Maria moglie di Cipriano Massenza, eredi di Vincenzo Vincenzi, non riuscendo a pagare, furono costretti intorno al 1617, a cedere le loro case. Quella consegnata da Maria, si disse che era diroccata e senza tetto. Da quanto sopra esposto, derivò il possesso della casa più tardi n. 16, da parte dell’eremo di Santa Giustina. Nel 1669 era titolare dell'eremo, e quindi anche della casa eremitale di Dermulo, l'eremita Egidio Gilli di Taio. Nel documento redatto in quell'anno, si intimava, al confinante Concio Massenza, di riparare il muro di casa sua, che stava recando danno alla casa dell'eremo. La casa fu descritta in questo modo: “domus muris murata, et legnaminibus constructa, spectante d.to heremo S.te Justine in villa Hermulli d.ta la casa di Santa Giustina....”

Settant'anni più tardi, dagli atti visitali del 1742, risultava che la casa era molto malandata e bisognosa di una completa ristrutturazione, dal tetto alle fondamenta. La casa sarà proprietà dell’eremo fino al 1778, anno in cui, con la fondazione della primissaria di Dermulo, sarà destinata ad abitazione del primissario. Per restaurare la casa, che si trovava ancora in precarie condizioni, la comunità di Dermulo contrasse un debito di 100 Ragnesi, che fu in parte pagato, con le rendite della chiesa dei SS. Filippo e Giacomo.

All’inizio dell’800, un locale della casa è destinato a sede comunale, mentre al piano terra, per tutto il secolo, funzionerà il forno per la produzione e la vendita del pane.

Nel 1835, il muratore Vittore Tamè eseguirà alcune opere di manutenzione, e cinque anni dopo l’ingegner Lochmann compirà alcuni rilievi, per lavori da eseguire nella casa adibita a canonica primissariale. Bisognerà aspettare il 1845, per vedere l'inizio dei lavori, che consisteranno, in una radicale ristrutturazione interna dei locali al primo e al secondo piano.

A fine ‘800, le nuove disposizioni in materia di istruzione dei ragazzi, imporranno al Comune di ricavare al secondo piano, un’aula per l’insegnamento e un locale per l’alloggio della maestra. Nel 1928 il Comune di Dermulo, che in precedenza era divenuto proprietario della casa n. 21, permuterà quest’ultima con la casa n. 16.[2] La casa poi sarà acquistata da Daniele fu Giovanni Inama Fogia e in seguito sarà numerata con il 15, essendo scomparsa la vecchia casa che portava questo numero.

 

Casa n.17-18 casa di S. Giustina

(Oggi Via del Borgo n. 14)

Come abbiamo affermato sopra, la casa era occupata nel Cinquecento da Matteo Pret e da Gaspare Massenza. Per la parte Pret, non ci sono documenti che ci dicano a chi fosse pervenuta la casa, dopo la morte di Matteo. Solo considerando documenti posteriori, potremmo forse arguire che sia giunta in mano Spaur. Infatti nel 1741 l’eremita Giacomo Fuganti, vendeva a Gaspare fu Michele Inama, questa parte di casa ubicata verso nord, quindi in futuro numerata con il 17. Nel documento si menziona chiaramente che la casa era stata donata all'eremo, dal conte Francesco Spaur.

Nel 1573 abitavano, presumibilmente nella parte sud della casa, gli eredi di Gaspare Massenza. Questi eredi, pur mancandone la prova documentale, potrebbero essere stati Leonardo Massenza padre di Vittore  e Concio Massenza padre di Cipriano, forse fratelli e figli di Gaspare. Per quanto riguarda Vittore, siamo a conoscenza che gli eredi, avevano venduto la sua casa ad Antonio Mendini, quindi cronologicamente, essendo morto Vittore nel 1686, si può collocare la vendita dopo tale anno. Antonio Mendini poi nel 1693, cedeva tale casa a Michele fu Gio. Batta Inama per la somma di 100 Ragnesi. Dalla descrizione dei confini, si può affermare con sicurezza che si trattava della porzione posta a sud, quindi la futura n. 18. Nel 1701, Michele assicurava la dote della consorte Margherita Endrizzi, su questa casa, ancora una volta ben localizzata dalla descrizione dei confini.
La casa che fu di Concio Massenza, fu abitata dai suoi discendenti, per cui come già accennato, vi risiedeva il nipote di nome ancora Concio. Quest'ultimo moriva nel 1686 e non sappiamo con sicurezza chi divenne proprietario della sua casa. Nel 1672 aveva donato due terreni ai coniugi Lucia e Salvatore Tonini di Mezzolombardo, potrebbe aver fatto altrettanto con la casa.  Comunque sia, possiamo formulare due congetture sul destino della casa stessa, e cioè: la prima ipotesi è che sia stata acquisita dagli Spaur e quindi già incorporata nella casa, da questi ceduta poi all'eremita Giacomo Fuganti; l'altra ipotesi è che la casa di Concio, fosse la parte pervenuta alla chiesa di Dermulo e alienata nel 1766 a Gaspare fu Michele Inama. Quindi Gaspare rimane l'unico possessore della futura casa 17-18, fino alla sua morte avvenuta nel 1779. In quell'anno infatti i figli Giovanni Domenico e Silvestro dividono la casa paterna, per cui toccherà al primo la parte a nord, ossia la futura n. 17, al secondo quella a sud, ossia la n. 18. E così infatti è rispecchiata la situazione nel catasto del 1780. Della divisione effettuata nel 1779, abbiamo solo la menzione in un altro documento del 1780, in cui si precisano alcune cose "dimenticate" nella prima spartizione. Nello scritto si dice che per l’andito e coperto sopra la stua della moglie di Silvestro, e l’andito e coperto sopra il ponte, non considerati nella divisione, Silvestro dovrà sborsare a Giovanni 9 Ragnesi. Giovanni rinunciava a riscuotere da Silvestro 4 Ragnesi, che doveva avere da lui, per rifare il ponte. Si dice ancora che il forno nella cucina di Silvestro, doveva rimanere in comune e siccome si era intenzionati a dividere il somasso con un muro, bisognava lasciare un uscio per recarsi a detto forno. Si stabilisce ancora che Giovanni doveva cedere a Silvestro un avvolto sopra la sua cucina, perché così poteva farsi l’uscio sulla sua proprietà. Per cui Silvestro permutava con Giovanni, un revolto sopra la stradella, al di sopra del quale possedeva un locale lo stesso Giovanni. Infine si decise che oltre a tramezzare il somasso con un muro o con delle assi, si doveva fare altrettanto anche con le stradughe.

Nel 1813 moriva Silvestro, lasciando eredi della casa i tre figli maschi Antonio, Gaspare e Luigi. Gaspare era all'epoca assente, di dimora ignota e non fece più ritorno a Dermulo e Luigi morì sedicenne nel 1815, per cui Antonio divenne proprietario della casa paterna. Della casa e di quanto contenuto in essa nel 1813, ci è giunto un dettagliato inventario a cui si rimanda. I locali che costituivano la detta parte di casa erano: una camera al primo piano, una cucina, una camera sopra detta cucina, una stufa, una camera sopra la stufa, una cantina, una stalla, il fienile, le stradughe.

Nel 1840 passava a miglior vita Antonio Inama, seguito ad un anno di distanza dalla vedova Caterina. Da questo matrimonio non erano nati figli, per cui la casa fu ereditata dal cugino Giovanni Domenico.

Giovanni Domenico nel 1801, aveva pure ereditato la parte di casa dal padre Giovanni Michele, per cui ancora una volta le case 17-18 venivano riunite sotto un unico proprietario. Alla morte di Giovanni Domenico avvenuta nel 1843, la divisione della casa venne effettuata nel seguente modo: la casa che fu di Antonio venne assegnata al figlio Giovanni, quella di Giovanni Domenico al figlio Giacomo. All'altro figlio minore Luigi, furono assegnati altri beni. Ancora una volta il destino avverso si abbattè sui fratelli minori: Giacomo sposato da appena due anni, morirà lasciando nella vedovanza la moglie Matilde Tamè e nessun discendente. Nel 1848, muore anche Luigi, per cui la casa passerà tutta in mano a Giovanni. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1894, la casa venne assegnata per volere testamentario ai due figli Ernesto e Daniele. Nel 1904, Daniele risulta essere possessore della casa n. 18, e quindi possiamo dedurre, che a Ernesto fosse toccata la parte a nord n. 17. Ernesto comunque dal 1907 alloggiava nella casa del maso Widmann n. 25, e dopo la sua morte nel 1914, ne prenderà il posto il figlio Giuseppe. Giuseppe rimase in quella casa, sicuramente fino al 1921, e dopo tale anno, plausibilmente fino a quando lo zio Daniele non lascerà libera la casa 18, per risiedere nel suo nuovo acquisto: la casa n. 16. Dopo gli anni Venti del Novecento, il numero civico n. 18, viene accantonato e rimarrà solo il 17.

 

 

 Casa n. 19 casa del maso Inama di Fondo   

(Oggi Via del Borgo n. 16)

 La casa n. 19, costituisce la porzione più a ovest del caseggiato. Essa apparteneva alla famiglia Inama di Fondo che già vi troviamo insediata alla metà del Cinquecento. La proprietà di questa casa, è plausibilmente dovuta ad un acquisto da parte di un rappresentante di detta famiglia, di cui però a tutt'oggi, ci rimane sconosciuto il venditore. Potrebbe anche  darsi, che tutti i beni posseduti dalla famiglia Inama di Fondo, nel circondario di Dermulo, derivassero dall'antica investitura dei Thun. Di questa infeudazione, nella quale erano stati beneficiati Antonio e i suoi fratelli figli del fu Inama, si ha la prima notizia nel 1468.  Negli anni successivi, è dimostrato, che il feudo passò al ramo Inama di Fondo, da cui la sopra formulata ipotesi. A rigor del vero, c'è da dire però, che nell'investitura, non si faceva menzione di una casa, ma solo di un terreno. Nel 1554, sicuramente il maso apparteneva a Cristoforo Inama fu Filippo di Fondo di cui era rappresentante a Dermulo, Giovanni del Nard, ossia Giovanni Inama fu Leonardo. Nel 1573 invece, appare come confinante di una delle case del colomello, Floriano Inama. Durante il Seicento, diverse nascite registrate nei libri parrocchiali, ci forniscono la prova che la casa fu anche abitata dai proprietari. In sequenza cronologica, dal 1600 fino al 1830, i proprietari furono: Floriano Inama II°, Bartolomeo Inama II°, Alberto Inama, Floriano Inama IV°, Giovanni Vigilio Inama. Dal ‘700, vi troviamo vari manènti, quali Pietro Antonio Mendini intorno al 1710, Gaspare Inama nel 1767, e Francesco Mendini dal 1768 ad almeno il 1779.

Romedio Mendini figlio di Bortolo, sembra abitarvi nei primi anni dell’800. L’ultimo manènte fu Romedio Emer, che probabilmente andò ad alloggiare nella casa, dopo il suo matrimonio celebrato nel 1817. Infatti Romedio non è mai citato come confinante nella casa paterna n. 11. Nel 1849, Carlotta vedova di Vigilio Inama di Fondo, anche a nome di Chiara vedova di Floriano Inama, vendeva il maso a Dermulo per 4200 Fiorini a Romedio Emer. Oltre alla casa, la sostanza consisteva in otto terreni nel circondario di Dermulo. L'importo doveva essere pagato entro 10 anni, ed a garanzia oltre che sui beni comprati, fu posta ipoteca su altri terreni proprietà di Romedio e sulla casa n. 24. Romedio muore nel 1853 e la casa sarà occupata dai suoi figli, Giovanni e Pietro, mentre Romedio l'altro figlio, dopo il matrimonio andrà ad alloggiare nella vecchia casa Emer n. 24.

Nel 1865 Giovanni e Pietro Emer, aprono nella casa una bèttola che dopo la loro morte sarà gestita dalle rispettive vedove e in seguito da Germano, figlio maggiore di Giovanni. L' osteria rimarrà aperta fino agli inizi del ‘900.

Dopo la morte di Giovanni nel 1877, la sua parte di casa posta a sud, viene ereditata dai suoi figli Germano, Geremia e Basilio. Basilio nel 1881 emigrava in Brasile assieme allo zio Romedio, dove morì nel 1901. Nel 1904 Geremia Inama, procuratore degli eredi di Basilio, vendeva a Geremia e Germano Emer, un terzo di metà di casa n. 19.

Nel 1878 moriva anche Pietro e la porzione di casa a nord, passava ai figli Alessandro, Celeste, Giuseppe e Arcangelo con obbligo di assegnare alla loro madre Caterina, il godimento della stufa, il diritto di cucinare e di dover conferirle annualmente 2 passi di legna, 2 orne di vino, 12 staia di granoturco, 4 staia di frumento e 12 Fiorini in denaro.

Oggi la parte nord della casa appartiene ai discendenti di Giuseppe, mentre la parte sud a quelli di Geremia.

 

 

 

PERSONE EFFETTIVAMENTE PRESENTI NELLA CASA

1710

1780

1830

1880

1921

Eremita Bartolomeo Sandri (in inverno)

Don Giuseppe Manincor

casa 16

casa 16

casa 17

 

 

nessuno

Orsola Bergamo

Daniele Inama

 

Gio. Michele Inama

 

 

Carolina Bertagnolli (m)

Michele Inama

Elisabetta Depero (m)

casa 17

casa 17-18

Carlotta Inama (f)

Margherita Endrizzi (m)

Pietro Inama (f)

Gio.Domenico Inama

Giovanni Inama

Vittorio Inama (f)

Maddalena Inama (f)

Gaspare Inama (f)

Domenica Barbacovi (f)

Anna Selva (m)

Mario Inama (f)

Maria Inama (f)

Giovanni Inama (f)

Giovanni Inama (f)

Ernesto Inama (f)

Augusto Inama (f)

Gaspare Inama (f)

Gio.Batta Inama (f)

Giacomo Inama (f)

Daniele Inama (f)

Fiorentino Inama (f)

 Giacomo Inama (f)

Domenica Salà (M)

Luigi Inama (f)

Emilia Inama (f)

 

 

 

 

 

casa 19

 Pietro Antonio Mendini

Silvestro Inama

casa 18

casa 19

Giuseppe Emer

 Maddalena Inama (m)

Felicita Barbacovi (m)

Antonio Inama

Barbara Pinamonti (v)

Rosa Moratti (m)

 Francesco Mendini (f)

Gaspare Inama (f)

Caterina Giordani (m)

Germano Emer (f)

Maria Emer (f)

 Nicolò Mendini (f)

Antonio Inama (f)

 

Irene Emer (f)

Tullia Emer (f)

 

 

casa 19

Fedele Emer (f)

Ester Emer (f)

 

Romedio Mendini

Romedio Emer

Basilio Emer (f)

Fiorina Emer (f)

 

Margherita Brida (m)

Margherita Parolini (m)

Geremia Emer (f)

Giuseppina Emer (f)

 

Teresa Mendini (f)

Giovanni Emer (f)

Maria Emer (f)

Marino Emer (f)

 

Marianna Mendini (f)

Anna Emer (f)

Rosa Emer (f)

Arcangelo Emer (fr)

 

 

Pietro Emer (f)

 

 

 

 

Maria Emer (f)

Caterina Pinamonti (v)

Teresa Zadra (v)

 

 

 

Alessandro Emer (f)

Adolfo Emer (f)

 

 

 

Affani Emer (f)

Adelina Emer (f)

 

 

 

Celesta Emer (f)

Severina Emer (f)

 

 

 

Celeste Emer (f)

Alma Emer (f)

 

 

 

Giuseppe Emer (f)

Adelio Emer (f)

 

 

 

Arcangelo Emer (f)

Alice Emer (f)

 

 

 

 

Guerrino Emer (f)

 

 

 

 

Luigi Emer (f)

 

 

 

 

Paolo Emer (f)

 

 

 

 

Placido Emer (f) (a)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alessandro Emer

 

 

 

 

Maria Decampi (m)

 

 

 

 

Natalia Emer (f)

 

 

 

 

Livio Emer (f)

 

 

 

 

Guido Emer (f)

 

 

 

 

Brunone Emer (f)

 

 

 

 

Elma Emer (f)

 

 

 

 

Amelia Emer (f)

 

 

 

 

Egidio Emer (f) (a)

 

 

 

 

Clemente Emer (f) (a)

 

 

 

 

Carmela Emer (f) (a)

 

 

 

 

 

Il nominativo sottolineato corrisponde al capofamiglia. Le seguenti abbreviazioni indicano i rapporti di parentela con il nome sottolineato: m sta per moglie, f. per figlio/a, fr per fratello, S per sorella, v per vedovo/a, p per padre, M per madre, s per suocero/a, n per nipote, z per zio, N per nuora e c per cognato/a. Per il 1780, i nomi dei proprietari provengono dal Catasto teresiano  presso l’A.S.T. Per il 1921 si è preso in considerazione il censimento di tale anno presso l’A.C.D.  Inoltre, e solo per questo anno, sono state evidenziate le persone assenti con la lettera a. Per gli anni rimanenti i nomi dei capifamiglia e/o il numero degli occupanti la casa, sono stati desunti da vari documenti consultati presso A.C.D., A.P.T. e A.D.T.

 

[1] Il Vincenzo, personaggio misterioso, chiamato Visenzi, ha ingenerato una girandola di ipotesi che solo aggregando le scarse notizie pervenuteci, ci ha finalmente permesso di essere inquadrato con una discreta sicurezza. Da certi documenti, Vicenzi sembrerebbe un cognome, da altri un nome proprio il cui cognome era Cristani. Io ritengo che questa famiglia discenda da Vincenzo fu Michele Zattoni, abitante a Dermulo almeno dal 1467, ma forse ancora dal 1446. Anche nel documento di contratto per la costruzione del campanile dato nel 1503, sono citati i quondam de Vincetiis. Vincenzo aveva avuto un figlio che si chiamava Cristano, il quale a sua volta un altro figlio, di nome ancora Vincenzo. Della famiglia Vincenzi ho trovato tre nomi citati in documenti cinquecenteschi, ma ritengo che si trattasse della stessa persona e cioè di Vincenzo. Infatti i documenti dove si citavano gli altri due nomi: Vigilio (1542) e Nicolò, abbreviato Nic., non erano originali, ma copie eseguite da altri notai, che potrebbero aver stravolto i nomi. Nel 1551 troviamo Vincenzo de Vicenzi, e nel 1616 troviamo citati gli eredi del qm Vicenzo qm Cristiano di Vicenzii.

[2] La delibera per tale permuta era stata fatta trent’anni prima, ma per  motivi diversi non aveva avuto seguito.

 

 

Case  Mappa1928  Mappa '600-700 Foto della casa n.16 17 18 19